Armella: “Il diritto doganale ormai deve entrare nella pianificazione aziendale”
Per l’avvocato genovese la frammentazione degli accordi e il fiorire dei dazi rendono necessario includere questi temi nella fase di definizione delle strategie aziendali

Milano – Padrona di casa del primo Forum del Commercio Internazionale in Italia (organizzato da Arcom Formazione, di cui è direttore scientifico), Sara Armella ha aperto il lavori del convegno milanese rivendicando un ruolo di primo piano per il diritto doganale, in un contesto, quale quello attuale, in cui gli scambi commerciali internazionali si scontrano con il lievitare dei dazi e degli accordi di libero scambio separati, e in generale caratterizzato da uno smaccato ritorno al protezionismo.
“Tra gli addetti ai lavori, il fiorire di queste intese è descritto come ‘spaghetti bowl’ ” ha sintetizzato l’avvocato genovese, titolare dello Studio Armella, in riferimento al groviglio di accordi di libero scambio (Freetrade Agreement) che oggi intercorrono tra i vari paesi del globo, affermatisi in parallelo al declino del Wto iniziato nel 2008.
Queste intese, che pure creano sinergie, generano “molte più difficoltà operative” e pongono nuove sfide alle aziende. La scelta dei fornitori, lo stabilirsi delle supply chain, l’individuazione dei mercati di sbocco sono oggi strategie imprenditoriali in cui, secondo Armella, deve quindi farsi spazio il diritto doganale. “Deve entrare direttamente nella vita delle aziende, nella pianificazione, non può più essere relegato alla fase in cui si ha tra le mani il prodotto finito” ha affermato l’avvocato. Un esempio tangibile e di tutta attualità della necessità di avviare valutazioni di natura doganale ben prima della ricezione di un prodotto è quella data dall’introduzione del nuovo ‘dazio ambientale’ Cbam, che entra nel merito delle modalità di produzione delle merci.
Sul tema, ha però rilevato Armella, l’Italia sconta sia la carenza di professionisti adeguatamente formati, sia la disattenzione delle stesse imprese. Pur essendo il sesto paese al mondo per export e l’ottavo per import, con un valore delle vendite estere che nel 2023 supererà i 660 miliardi di euro – conta ad oggi “120.319 imprese esportatrici e 99.995 imprese importatrici”, tra cui mancano però “le figure professionali capaci di districarsi tra divieti di importazione, dazi doganali, accordi di libero scambio e altre questioni doganali”. Secondo una indagine condotta da Arcom Comunicazione con Astra Ricerche su circa 130 aziende italiane di vari settori (a esclusione di quello logistico), soltanto l’11% delle aziende ha infatti un responsabile delle questioni doganali aziendali, mentre il 9% sta formando questa figura. In generale la conoscenza della materia è scarsa, tanto che più della metà (50,6%) delle imprese in questione non segue programmi adeguati di aggiornamento per il commercio estero e una pari quantità (50,8%) non ha dettato procedure interne di prevenzione dei rischi.
Sulla necessità di dare un ruolo di primo piano alla funzione doganale si è espresso durante il convegno anche Bruno Pisano, presidente di Assocad, in riferimento però alla figura degli operatori doganali. “Il momento doganale in passato era visto come un incidente di percorso, tanto che gli operatori erano selezionati perlopiù sulla base della rapidità nell’espletare queste funzioni”. Alla luce dei cambiamenti epocali, la loro funzione deve però, sempre più, trasformarsi in quella di consulenti per le imprese, con funzioni “di divulgazione, supporto, pianificazione”. Una ridefinizione da cui secondo Pisano potrebbero trarre giovamento anche le stesse Dogane. “A questi operatori gli uffici dell’agenzia potrebbero delegare funzioni non chiave -quindi non il rilascio di autorizzazioni e simili, che sono invece il loro ‘core business’. Questo con l’obiettivo di ridurre il carico di lavoro, tanto più considerato che la loro attuale pianta organica è insufficiente”.
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